La vendetta (gastronomica) di Porthos

orthos è un personaggio che non si dimentica facilmente. Non è astuto e intraprendente come D’Artagnan, non è nobile e tormentato come Athos, né intelligente e raffinato come Aramis; ma è sincero e spontaneo e suscita immediatamente una irresistibile simpatia. Porthos è un vero e proprio colosso, oltre che un buongustaio impenitente; un abbuffone, insomma. Nella trilogia dei moschettieri di Dumas, Porthos avrà occasione, come peraltro anche i suoi tre compagni, di mangiare e bere a volontà. Di tutte queste mangiate e bevute, due si ricordano con particolare divertimento: il pranzo dai Coquenard (Les trois mousquetaires, cap. XXXII) e la cena a Fontainebleau di d’Artagnan e Porthos con Luigi XIV in persona (Le Vicomte de Bragelonne, cap. CLIII). Ne “I tre moschettieri” il nostro Porthos è costretto, per ottenere un finanziamento col quale comperare il proprio equipaggiamento militare per partecipare al grande scontro di La Rochelle, a chiedere aiuto al marito della sua amante. A questo fine si presenta a casa dei coniugi Coquenard, spacciandosi per un lontano cugino della signora. Viene invitato a pranzo, ma la tirchieria famigerata del signor Coquenard impedirà a Porthos di gustare un granché:

[…] – Oh, oh, – disse, – ecco una minestra che invita.- Che diavolo possono sentire di straordinario in questa minestra? – disse Porthos alla vista di un brodo abbondante, ma pallido e del tutto cieco, e sul quale nuotavano rare alcune croste come le isole in un arcipelago. La signora Coquenard sorrise, e a un suo segno tutti si sedettero in fretta. Padron Coquenard fu il primo a esser servito, poi Porthos: in seguito la signora Coquenard riempi il suo piatto e distribui le croste senza brodo agli scrivani impazienti. […] Dopo la minestra, la domestica porto un pollo lesso, magnificenza per cui le palpebre dei convitati si dilatarono tanto da sembrare prossime a fendersi. […] Il povero pollo era magro, e lo rivestiva una di quelle pelli grosse e irte di penne, che le ossa non riescono a forare nonostante i loro sforzi; certo, era stato cercato a lungo prima che lo scovassero sul bastone da pollaio sul quale si era ritirato a morir di vecchiaia. – Diavolo! – penso Porthos; – ecco una cosa molto triste: io rispetto la vecchiaia, ma non l’apprezzo molto lessata o arrostita -. E si guardò attorno per vedere se la sua opinione era condivisa: ma, tutt’al contrario di lui, non vide che occhi fiammeggianti, i quali divoravano in anticipo quel sublime pollo, oggetto del suo disprezzo. La signora Coquenard trasse il piatto a sé, stacco con destrezza le due grandi zampe che pose nel tondo di suo marito; taglio il collo che mise in disparte per sé con la testa; levo l’ala per Porthos, e riconsegnò l’animale alla domestica che l’aveva portato […] Invece del pollo, fece il suo ingresso un piatto di fave. Un piatto enorme nel quale alcuni ossi di montone, che di primo acchito si sarebbero potuti credere rivestiti di carne, facevano finta di mostrarsi.

Il povero Porthos, futuro barone di Vallon, avrà modo, nel corso della sua avventurosa esistenza, di rifarsi, con gli interessi, con infiniti banchetti luculliani. Uno di questi, che senza timor di smentita possiamo definire “regale”, si svolge addirittura alla tavola del Re Sole ed e descritto nelle pagine de Il Visconte di Bragelonne. Dopo un momento iniziale d’imbarazzo e nel timore di non riuscire a mantenere, al cospetto del sovrano di Francia, un contegno da vero signore, il nostro corpulento moschettiere fa onore alle succulente portate di quella cena memorabile e, ne possiamo esser certi, riesce persino a dimenticare, una volta per tutte, la striminzita ala di pollo dei Coquenard. A mandare in visibilio il buon Porthos sono soprattutto alcuni filetti d’agnello: Continua a leggere

Annunci

Praxis, 1693

estituire il pensiero del Newton più genuino – nella complessità inevitabile di un percorso durato più di sessant’anni e quindi assai articolato e ricco di trasformazioni e incoerenze – in una sintesi che sia fedele ricostruzione nonostante la semplificazione dei contenuti, è impresa ardua che si può tentare, come ho fatto, ma senza l’ambizione di riuscirci appieno. Il vero Newton continua a spaventare: il suo approccio eminentemente scientifico anche nelle discipline esoteriche ha sempre destato più scetticismo che ammirazione. E’, quindi, nello scontentare sia la nutrita platea degli storici della scienza di orientamento positivista (quasi tutti poco ‘storici’ e molto ‘scienziati’), sia l’eterogenea schiera degli esoteristi (sempre troppo poco inclini all’approccio storico e a favore invece di quello simbolico-filosofico), che inevitabilmente s’indirizza il destino di un accurato lavoro storiografico su uno o più aspetti del pensiero newtoniano.

La stessa tesi che presento nel mio intervento dal titolo Praxis, 1693. L’addio di Newton all’alchimia, sposa questa terza via, estranea quindi sia al positivismo sia all’esoterismo estremi, e si presenta dopotutto come assolutamente inedita, seppur, nelle mie convinzioni, totalmente supportata dai fatti storici. Nell’intervento, infatti, propongo che l’interruzione dell’attività di alchimista pratico di Newton, datata 1696, sia stata conseguenza di una scelta d’amore e rispetto per la medesima attività, dettata dalla constatazione di una propria salute ormai seriamente compromessa. Ed è da testi come il Praxis (manoscritto teorico-pratico, summa dei decenni di riflessioni e sperimentazioni, presentati come veri traguardi della conoscenza) e altri risalenti allo stesso periodo, che è facile comprendere come non possano reggere le tesi che vedono in Newton un ricercatore deluso dagli esiti dei suoi studi ermetici e alchemici. Ecco un estratto dal mio testo: Continua a leggere

Come si legge un testo antico d’alchimia e d’astrologia medica

l_3_smAispes, è noto, a un cantus firmus univoco e frontale ha sempre preferito la polifonia delle opinioni ovunque provengano, pronta com’è alle dissonanze ma attenta nel contempo alle possibili stonature, nell’intento instancabile di valorizzare le prime e stigmatizzare, con marziale sollecitudine, le seconde. In sede filosofica e storica, la necessità dialettica costituisce, per la sua stessa natura di confronto, il ruolo fondante della conoscenza: rinunciarvi, quindi, significa rinunciare a sapere (cioè a conoscere, ma anche a non essere insipido o poco appetibile all’intelletto). Con questo spirito fecondamente plurale si svolgono annualmente i convegni presso l’Università di Genova, di frequente dedicati all’esoterismo (quello vero, non ci si stanca mai di precisarlo, che si colloca mille anni luce dalle pratiche sataniste o dai ciarlatani dall’oroscopo facile) o più in generale alla storia della cultura, nelle sue riflessioni e analisi delle ‘scienze sconfitte’.

Nella primavera del 2016, il consueto convegno ha riunito docenti e studiosi per dibattere su due discipline tradizionali che nel tempo hanno sùbito peculiari metamorfosi ma che hanno condiviso un destino significativamente comune. Da una parte, l’astrologia: l’unica disciplina pre-moderna a studiare i movimenti e i fenomeni degli astri che al tempo della nuova scienza proseguirà il suo cammino separandosi dalla cosiddetta astronomia (ormai votata alla rivoluzione filosofica e alle rivoluzioni planetarie), imboccando la strada, impervia, della simbolica e della giudiziaria. Nell’àmbito di questi aspetti, i partecipanti si sono soffermati su quell’applicazione della disciplina che più di ogni altra lega i due cosmi dell’uomo e dello spazio siderale, qui mai contrapposti bensì fittamente dialoganti: l’astrologia medica, rintracciata nel dettato tradizionale tolemaico (Lucia Bellizia), come nella sorprendente letteratura medievale degli erbari (Maura Sonia Barillari) o nel milieu teorico-pratico della medicina a sfondo astrologico al tempo di Cecco d’Ascoli (Ida Li Vigni), un tempo in cui gli astrologi possedevano un’esperienza osservativa e un fondamento teorico di grande spessore, del tutto assente, purtroppo, nella gran parte della schiera dei contemporanei “astrologi”, amici più dei rotocalchi mainstream che della trattatistica tradizionale. Continua a leggere

Le focacce di Rabelais

Beoni lustrissimi, Impestati pregiatissimi, è giunto il momento di armarci di spezie e farina per tentar di preparare le focacce galeotte che accesero la scintilla della guerra tra i buoni paesani di Gargantua e quelli meno buoni di Lernè.

l nostro Francesco Rabelais, maestro indiscusso dell’abbuffata, re delle botti invecchiate, ci fa partecipi delle truculente vicende della guerra tra la città di Gargantua e la citta di Lernè: son mazzate a tutta forza, pugni e schiaffi a profusione, clangor di spade e cozzar d’elmi. E tutto ciò per cosa? Per non più di quattro o cinque dozzine di focacce che i nemici di Gargantua rivendicano cocciutamente. Casus belli non dei piu ortodossi ci verrebbe da dire; pensando, però, alla strampalaggine della guerra, che toglie tempo ai bagordi, si conviene senza dubbio che di motivi buoni per ammazzarsi ce ne sono davvero pochi.

Noi che alle guerre non siamo avvezzi, preferiamo buttarci come pesci sulle calde focacce di Lernè e, mentre gli altri menan colpi da campioni mettendo in moto i gran bicipiti, attiviamo le ganasce con gran lena per assaggiare le focacce di cui sopra. Detto non sia mai che alcuno di noi si tiri indietro in materia di gozzoviglie e gran mangiate. Fedeli al motto sapore aude! noi vorrem sapere (e parimenti, vorrem sapore) di che focacce trattasi e qual sia la loro ricetta. Il buon vecchio compagno di sbronze, il divino Rabelais, ci confida gli ingredienti:

[…] focacce confezionate con bel burro,
bel tuorlo d’ovo, bel zafferano e belle spezie [1].

Per il resto tocca rimboccarci le maniche e arrangiarci. Facciamo un bel vulcano di farina e, in vece della lava, mettiamoci dentro un bel tuorlo di gallina (che a tirargli il collo c’è sempre tempo, visto che da vecchia ancora fa la sua bella figura per il brodo) e  uno gnocco di burro di montagna. Impastiamo bel belli con le spezie a volontà: zafferano, zenzero poco e con senno, cumino quel che basta e una spruzzata della noce che chiaman moscata (ma di mosche nemmeno l’ombra). Quando la pasta s’è formata, modelliamola a guisa di palla di cannone e così lasciamola riposare (ché anche il vino piu forte deve sempre un poco riposare). Quasi ci dimenticavamo: aggiungiamo un po’ di sale, per carità! Aspettiamo, con diligenza, che mezza giornata trascorra senza ansia e preoccupazioni, mentre la nostra palla di cannone (mai più pacifica di questa è stata preparata) giunge a giusta condizione. Le ore passeranno più liete se ci accompagniamo a un vino fresco di Borgogna e a fanciulle assai allegre (le gentili lettrici sostituiranno a lor piacimento con aitanti giovincelli).

Magari potremmo fare pure un passo (tenendoci sempre a distanza ragionevole) nei pressi del campo di battaglia, dove fieri cavalieri si procuran i segni della gloria con bastonate senza pari. Salutiamo con rispetto quella gente valorosa, poi torniamo, ormai pronti e affamati, a preparar sottili sfoglie dall’impasto originale. Nel forno rovente poi le mettiamo per il tempo necessario a farle indorare. Continua a leggere

Topolino nei guai: prima e ultima di Manlio Bonati

header-post

h_2_smo mitizzato questa storia per molti anni, soprattutto perché sepolta tra i miei Topolini in soffitta e, non essendo mai stata ristampata, non l’avevo mai più letta dopo l’infanzia. La ricordavo come una prova straordinaria, ma a una rilettura adulta qualche perplessità necessariamente si presenta. La trama sente inevitabilmente il trascorrere del tempo e, a dire il vero, la sorpresa di vedere nelle tavole disegnatore e sceneggiatore protagonisti e immersi nell’ambientazione della loro stessa creazione, oltre a essere coinvolti in un viaggio tra universi paralleli, è oggi in gran parte disinnescata dalla pioggia inesausta di simili escamotage narrativi, allora confinati nella letteratura di genere e in qualche raro tentativo filmico. In breve, l’intreccio: Topolino, vittima di un sadico scherzo del duo creativo, si trova catapultato in un universo parallelo dove le parti sono invertite e il criminale è lui stesso, mentre l’eterno antagonista Gambadilegno riveste il ruolo di zelante collaboratore della polizia. Finito in gattabuia, Topolino sembra impazzire in questa aliena situazione di cui non rintraccia alcuna giustificazione, finché, colpito da un fulmine, balza precipitosamente in un ulteriore universo parallelo, dove incontra i due autori. Il Nostro non esista un istante e sistema i due a suon di randellate. Fine. Non è dato sapere come Topolino sia poi tornato nell’originale suo universo, cioè dove non ci sono né i fumettisti burloni, né un Gambadilegno dalla parte della giustizia.

Ma se la trama e la struttura oggi mi paiono lacunose e non del tutto convincenti, sono comunque convinto che questa storia meriterebbe almeno la soddisfazione di una ristampa. I motivi? Innanzitutto è la prima (e ultima) prova di Manlio Bonati, autore di storie memorabili sul Giornalino, ma soprattutto esperto e appassionato di storia delle esplorazioni nel continente africano. Ignoro i motivi del mancato bis con l’universo Disney, ma sono certo che un proseguimento sulle pagine di Topolino del lavoro di questo sceneggiatore, avrebbe di certo impreziosito la testata. Peccato. Continua a leggere

Un precursore dell’archeoastronomia: William Stukeley a Stonehenge

header-post

In attesa dell’appuntamento dell’1 aprile prossimo, ecco l’abstract del mio intervento sul grande antiquario William Stukeley. Se volete, vi aspetto a Sestri Ponente presso la sede dell’ALSSA.

i parlerò di un errore; anzi, di una serie di errori. A pensarci bene, chi si occupa assennatamente di storia del sapere, non nasconderà mai la vera natura del suo progresso, un percorso di tentativi sbagliati e di relative correzioni (esse stesse altrettanto sbagliate) che molti credono si diriga sempre in avanti, ma che al contrario talvolta indietreggia, gira su se stesso, balza improvvisamente o precipita inaspettatamente. E raccontarsi gli sbagli, rendersene conto, non averne paura, rispettarli, significa in fondo comprendere, che ha il suo etimo nel capire senza escludere. Non è quindi vano il ricordo di questi errori, di frequente dimenticati nelle pagine, spesso irriconoscenti, delle monografie scientifiche.

È per questo motivo che risulta assai fruttuoso l’approfondimento dell’opera e della figura, sorprendentemente eclettica, di William Stukeley (1687-1765), maturo esponente di un’anglofona tradizione antiquaria (allora ormai secolare) e nel contempo interprete della nuova scienza scaturita dalle pagine delle Philosophical Transactions, megafono a stampa della newtoniana Royal Society. Naturalista e medico pubblicista, erudito di fama, primo segretario della Society of Antiquaries (la prestigiosa associazione di Burlington House tuttora in attività), fu confidente e biografo di Isaac Newton, stretto collaboratore di Edmond Halley, membro della massoneria speculativa della Gran Loggia d’Inghilterra, appassionato di architettura, esponente di spicco (se non principale ispiratore) dell’ondata del nuovo druidismo, in auge nelle isole britanniche di metà Settecento. Ma più di tutto, il suo nome permarrà indelebilmente legato alle rovine degli antichissimi templi sparsi nelle campagne inglesi, in particolare di quelli eretti ad Avebury e a Stonehenge. Continua a leggere

Gregorio di Tours. La storia di un popolo

gregorio

n_5_smella tenebra dell’istante vissuto[3]. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli eventi che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale talvolta emergevano brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei e innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente alle stragi di popoli alle quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà a individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, d’indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. Perché allora il destino dei giusti, cioè dei cattolici romani ortodossi[4], seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava il castigo divino? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui possedeva delle risposte.

No, non fu certo Dio a essere assente, a impedire a Gregorio di potersi saldamente appoggiare alla fede e di seguire la sua luce come traccia sicura; ciò non era concepibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, l’imperscrutabile disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. S’arrese quando le forze gli mancarono e il suo lavoro, che non era approdato a un senso concreto, divenne troppo gravoso: chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo terreno, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? I pochi indizi utili a una parziale risposta si possono rintracciare nelle brevi notizie autobiografiche che emergono scarne tra le pagine delle opere storiche e religiose che ha lasciato ai posteri.

Continua a leggere