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Gregorio di Tours. La storia di un popolo

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n_5_smella tenebra dell’istante vissuto[3]. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli eventi che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale talvolta emergevano brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei e innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente alle stragi di popoli alle quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà a individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, d’indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. Perché allora il destino dei giusti, cioè dei cattolici romani ortodossi[4], seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava il castigo divino? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui possedeva delle risposte.

No, non fu certo Dio a essere assente, a impedire a Gregorio di potersi saldamente appoggiare alla fede e di seguire la sua luce come traccia sicura; ciò non era concepibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, l’imperscrutabile disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. S’arrese quando le forze gli mancarono e il suo lavoro, che non era approdato a un senso concreto, divenne troppo gravoso: chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo terreno, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? I pochi indizi utili a una parziale risposta si possono rintracciare nelle brevi notizie autobiografiche che emergono scarne tra le pagine delle opere storiche e religiose che ha lasciato ai posteri.

Gregorio nacque ad Arvernum[5], ove visse serenamente la propria infanzia insieme alla famiglia di rango senatoriale, appartenente all’antica romanitas ereditata dagli antenati Galli; la Gallia, ormai dominata dai Merovingi, non era più una tranquilla provincia dell’Impero romano, come era stata fino ad un vicino passato, ma una terra testimone del passaggio, ricco di tensioni, tra le antiche tradizioni imperiali e la nuova mentalità dell’emergente élite barbara. Gregorio finì per non appartenere né all’una né all’altra; fu, per questa ragione, personaggio esemplare dell’atmosfera di incertezza e precarietà che si respirava nei primi secoli dell’alto medioevo. In tutte le sue opere Gregorio ricorderà con affetto quegli anni trascorsi insieme ai genitori e agli zii, soprattutto nei momenti più difficili del suo impegno come vescovo della non lontana città di Tours, uno dei centri più importanti dell’allora territorio dei Franchi. Quando la natia Alvernia, con il suo continuo dipanarsi di pianure bianche di Sole e del generoso verde di dolci colline, era ormai soltanto un bel ricordo, come già lo erano i visi delle persone che riempirono i suoi primi anni di vita, Gregorio veniva eletto, a furor di popolo, vescovo di Tours, terra di confine tra i regni franchi di Neustria e Aquitania, nel cinquecento settantatreesimo anno dalla nascita di Cristo. A Tours vi era giunto una prima volta moribondo, colto da un’improvvisa febbre, accompagnato dai propri genitori per visitare le reliquie del santo Martino presso Marzio, i cui benefici influssi avevano già salvato la vita a tanti, nella speranza di un giovamento alle sue sofferenze, a chiedere in ginocchi l’intervento sovrannaturale del martire. L’abate Marzio davanti al ragazzo sofferente chiese chi egli fosse: è il figlio di Florenzio, uomo nobile e devoto. Marzio benedice, nel nome del Santo, il fanciullo e, neanche a dirsi, questi miracolosamente guarisce[6]. Presto la notizia si diffuse in tutta la città: un bimbo salvo per intercessione di Martino il Santo! Anni dopo, la città ancora si ricordava di lui e, grazie alla fama ottenuta dall’evento sovrannaturale che lo aveva riguardato (e che era unanimemente considerato un segno divino), ma soprattutto per le sue nobili origini patrizie (grazie anche alle quali poteva contare sull’aiuto della corte merovingia, e in particolare sulla protezione del re di Austrasia Sigeberto) unite a un forte carisma personale, lo acclamò suo vescovo, carica religiosa (e politica) più importante della città.

Ad attenderlo una chiesa distrutta da uno spaventoso incendio e una città in preda alla paura, semideserta, spopolata da carestie e miseria e con grandi spazi vuoti attorniati da antichi edifici in disfacimento, che letteralmente crollavano a pezzi; soltanto il complesso di costruzioni sorte intorno alla sede episcopale reggevano a dispetto del declino generale, come un simbolo tangibile della resistenza della civiltà alla barbarie e al decadimento. Si andavano formando intorno al carisma e al potere episcopale, le granitiche fondamenta di una comune mentalità, di una tradizione condivisa fatta di abitudini, culti, riti, festività e immaginario, nel nome del santo protettore della città che era esso stesso suo antico cittadino: San Martino, a cui Gregorio è così devoto e riconoscente. La difficile condizione della città non deve però far pensare che Tours fosse allora un centro abbandonato o minore: tutta l’Europa si trovava in situazioni analoghe ed essa, tutto sommato, godeva di una certa influenza nel regno e, certamente, di un indiscutibile prestigio.

Posta all’incrocio di ben cinque strade romane, la città sorgeva sulle acque placide della Loira, allora arteria commerciale di fondamentale importanza per l’economia della zona. Le strade da secoli non erano più oggetto di manutenzione e stavano progressivamente divenendo impraticabili: i fiumi rimanevano le sole vie di comunicazione davvero affidabili. Qualcuno ancora s’azzardava a percorrere le impervie strade costruite anticamente dai valorosi condottieri romani, e spesso non lo faceva con le migliori intenzioni, anzi: predoni di ogni genere, assassini senza scrupoli, assaltavano di continuo i poveri pellegrini indifesi che si dirigevano ad adorare le reliquie di Martino. Gregorio, chiuso tra le mura di pietra della sua basilica, cercava innanzitutto di sopravvivere, difendendosi dai mille pericoli e dall’incertezza di un luogo privo sostanzialmente di una vera protezione e in un’epoca che non dava alcuna garanzia per la generale incolumità. Non era raro il verificarsi di gravi disordini, di vere e proprie guerre per il potere, di terribili spargimenti di sangue all’interno degli edifici religiosi, in particolare di monasteri, di attacchi esterni di cieca violenza[7]. La protezione militare del conte, che amministrava anche la giustizia seppur spesso in concorrenza con lo stesso vescovo, poco rassicurava i cittadini che non comprendevano nemmeno la lingua del loro signore, che rimaneva comunque uno straniero, del tutto estraneo alle tradizioni consolidate in secoli di vita urbana, di convivenza e di gestione comune delle risorse locali. Il re, non a caso, preferiva rivolgersi al vescovo piuttosto che al conte per comunicare con la città, poiché il vescovo era l’autorevole rappresentante delle tradizioni autoctone, cittadino vero, nato e cresciuto nel medesimo contesto ambientale e culturale della città di cui amministrava il culto e la pacifica convivenza tra gli abitanti. La lotta per l’egemonia locale, quindi, sembrava ormai sancire la vittoria del vescovo indigeno sul conte straniero; ma il vescovo doveva sempre contare sull’aiuto del conte per la difesa della città, un compito difficile, spesso impossibile, cosicché la stessa si trovava sempre minacciata da mille pericoli.

Anche le mura della basilica non si potevano certo definire impenetrabili, se lo stesso Gregorio dovette registrare il furto notturno della maggior parte degli oggetti sacri custoditi, in seguito recuperati dagli uomini del re Chilperico: spesso nemmeno una figura carismatica e sacra come quella del vescovo poteva nulla contro la sfrontatezza degli uomini. Egli, da buon cristiano, chiese e ottenne che i ladri fossero perdonati e, da buon ecclesiastico, esercitò con inusuale determinazione la propria influenza anche sul potere del re, che fu obbligato a muovere grazia nei confronti dei malfattori che altrimenti sarebbero stati giustiziati[8].

Soprattutto nei primi anni del suo mandato, grazie alla protezione accordata dal re Sigeberto che spesso lo volle nel suo palatium, Gregorio lasciava Tours per recarsi, oltre che ai sinodi e alle congregazioni ecclesiastiche in varie città della Francia, anche presso il re, a Parigi; ma la prima vera attività svolta in qualità di vescovo cominciò con la ricostruzione della basilica che era stata divorata dalle fiamme; solo allora poté dedicarsi anche ai viaggi e agli incontri ufficiali. Forse fu proprio di ritorno da un viaggio a Parigi che a Gregorio balenò l’idea di accompagnare alla ricca sua produzione di testi agiografici e teologici, una storia del suo popolo, raccolto intorno alla Chiesa, la vera protagonista, e della dinastia dei suoi re, relegati però al ruolo di comprimari; una ricapitolazione, per meglio dire, dei tempi passati, dalle origini del mondo, seguendo così la tradizione dei suoi predecessori storici cristiani, agli ultimi fatti che avevano coinvolto il giovane popolo dei Franchi. L’opera avrebbe avuto ben tre funzioni distinte: sarebbe stato un utile calcolo, che ormai non veniva più eseguito da molto tempo, degli anni intercorsi dalla Genesi fino ai suoi giorni, computo fondamentale per poter riconoscere il momento più probabile dell’avvento dell’Apocalisse[9] (che così prossimo gli appariva); avrebbe consentito alla dinastia dei Merovingi, i cui discendenti all’epoca di Gregorio si contendevano con la spada e con gli intrighi l’eredità, di avere una propria storia scritta; infine, avrebbe raccontato gli eventi presenti per conservarne la memoria nei tempi futuri. In sintesi: cronologia sacra, storia e cronaca. Sì, finalmente il suo popolo sarebbe stato degno delle grandi civiltà antiche che conservavano un resoconto preciso del proprio passato per tramandarlo alle generazioni future. Si trovò, quindi, nuovamente a Tours, tra le mura amiche della basilica a dettare al suo copista le prime pagine della sua opera storica: aveva trentacinque anni.

Il suo latino era rozzo, assai lontano dalla grazia dei poeti antichi, immensamente distante dall’eleganza dello stile di Virgilio, la cui opera aveva in parte letto e che reputava sublime nello stile, ma menzognera nel contenuto. In una sua opera minore, dedicata all’astronomia, sono numerosi i riferimenti agli autori latini Arato, Ovidio, Plinio e, di nuovo, Virgilio: Gregorio soleva leggere con passione i classici pagani che riusciva a recuperare, ne aveva profondo rispetto, anche se non rinunciava di certo a interpretarli in senso cristiano; per questo, ad esempio, nell’asterisma che appartiene alla costellazione del Cigno, una delle innumerevoli trasformazioni del dio Zeus, egli intravide la Croce del Cristo[10].

Gregorio, all’esordio della redazione delle sue Storie, si sentì in forte imbarazzo (le scuse al lettore rivolte nella prefazione, non paiono in effetti una excusatio non petita?), probabilmente avvertiva di non possedere i mezzi necessari per realizzare un lavoro che avesse un alto valore letterario[11], ma i tempi non consentivano troppe raffinatezze intellettuali e, comunque, uno stile rustico più si avvicinava alla sensibilità della gente[12]. D’altronde “pochi conoscono il retore che fa filosofia, molti il contadino che parla[13]”: perché allora non utilizzare uno stile colloquiale che, anche se può risultare sciatto e a volte confuso, è in grado di raggiungere un pubblico molto più vasto di auditori? Il vescovo, quindi, rompe gli indugi: la sua scrittura avrà uno stile colloquiale, quasi realista.

Ancor prima del distinguo sul proprio stile, che utilizzando un eufemismo, non è proprio sublime, Gregorio si preoccupa di dichiarare esplicitamente e senza equivoci la propria ortodossia in tema religioso e, quindi, la profonda sua distanza dagli eretici e dai pagani. “[…] Io credo in Dio onnipotente. Credo in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, nato dal Padre, non creato, non venuto dopo il tempo, ma prima di tutti i tempi, che è stato sempre insieme con il Padre.” Chi non condivideva questi sacri principi, che fosse eretico, ebreo o ariano, non era degno di considerazione nella sua Storia, se non per essere additato come elemento estraneo da emarginare: le idee di tale individuo dovevano senz’altro essere estirpate dal mondo, in quanto sacrileghe. Su questo nessuna remora, nessun indugio. Questi concetti, dettati nella prefazione al primo libro, furono in realtà apposti da Gregorio molti anni dopo il resto del primo libro e degli altri successivi; forse le numerose incongruenze che i fatti storici sollevavano sul concetto di provvidenza e d’immanenza divina, lo spinsero a precisare con veemenza la sua personale posizione, in modo che chi avesse letto le sue Storie non avrebbe potuto dubitare della sua fede e del suo rigore contro eresia e miscredenza. I re che si avvicendano tra omicidi e complotti attiravano l’attenzione di Gregorio più per il loro ruolo di protettori della chiesa che per il loro valore strettamente militare e politico: non era la capacità di governare che lo interessava, ma solo la loro fede cristiana.

La storia di Gregorio è testimonianza divina nel mondo, e come tale gravita intorno alle vicende della chiesa e alle vite miracolose dei santi, come agli eventi sovrannaturali e ai segni celesti; la storia da lui raccontata non è la storia di un popolo guidato da re, ma di un popolo guidato da Dio e dalla Chiesa e che si riconosce, sotto questo segno, come comunità. Non si tratta, però, di quel genere di storia, comune a quei tempi e in avvenire, scritta da chierici che “si curano più dell’efficacia pastorale che della verità”[14]: Gregorio tenta di realizzare un equilibrio tra le sue due esigenze primarie, quella dell’esaltazione di Cristo e quella del resoconto dei fatti, poco importa se essi siano riferiti da altri, per quanto risultino incredibili, o se invece sono stati visti con i propri occhi.

La storia che si dipana nel primo libro non è rivolta, come si potrebbe pensare, a rivisitare il remoto passato dell’umanità per analizzarlo, più o meno approfonditamente, bensì esclusivamente al fine di un calcolo cronologico, di mera ricapitolazione, che aiuti a determinare la fine dei tempi, forse imminente: non una storia per meglio comprendere il passato, ma una storia concepita per individuare il futuro, per leggere la volontà di Dio attraverso i suoi messaggi profetici e spesso enigmatici. La posizione di vescovo era una posizione alquanto privilegiata: buona istruzione, accesso alle migliori biblioteche che fossero disponibili e possibilità di contare su un costante flusso di notizie relative alle grandi questioni del suo tempo[15]. Abbiamo già accennato all’interesse di Gregorio per gli autori antichi, ma le sue fonti predilette non furono gli storici latini classici, bensì i padri della Chiesa: Girolamo soprattutto, poi Eusebio e Orosio. In effetti si tratta di versioni molto partigiane (ma ce ne sono di obiettive?) della storia passata (Storia contro i pagani è il titolo delle storie di Orosio) che contengono descrizioni stereotipate[16] (come quelle di Nerone e Diocleziano, nemici dei Cristiani), ma di grande impatto per la mentalità medievale e che permarranno a lungo (ancora oggi) nell’immaginario della civiltà occidentale. Circa cinquemila e seicento anni vengono riassunti nel primo libro delle Storie dei Franchi, poche righe dedicate al Cristo, altrettante a Costantino e Teodosio. La rassegna è serrata, precipitosa in più punti, rassomiglia più a un elenco di date che a un discorso; qualche frenata ogni tanto per riferire episodi che appaiono a noi moderni del tutto insignificanti. Gregorio era ancora un acerbo scrittore e la struttura della sua opera ne risentì, tanto era sproporzionata e spesso incoerente. Più i tempi si avvicinano ai suoi, più la storia si concentra nell’ambito della Gallia, più il discorso si mette a fuoco, e fatti e personaggi non sfilano più come fugaci maschere nel teatro della Storia, ma diventano progressivamente attori più credibili e dal carattere meglio definito. Il primo di questi grandi personaggi fu il re Clodoveo, convertito al cristianesimo e vincitore dei Goti, assistito dal santo vescovo Martino. Gli stessi antenati di Gregorio assistettero alla presa di Clermont, nel 507, che lo stesso Clodoveo strappò ai Visigoti. Dio partecipò e portò al trionfo il re Merovingio che non lesinava di certo stragi e tradimenti. Gregorio omise qualsiasi giudizio morale sui crimini di questo despota barbaro, poiché di fatto li giustificava in nome dell’affermazione del Cristianesimo e dell’ordine politico e militare; tali valori erano da preferire sopra a tutto e il loro consolidamento poteva ben valere l’utilizzo di mezzi anche contrari ai principi cattolici. Il Dio che traspare da queste pagine non è quello dell’Antico né del Nuovo Testamento, ma un Dio barbaro, guerriero, epico, immorale[17]. Nel secondo libro prosegue la compilazione tratta dalle fonti scritte a disposizione di Gregorio, anche se il raggio d’azione si concentra molto di più sul territorio dei Galli, e soltanto dal terzo in avanti la narrazione si trasforma da sintesi indiretta a resoconto diretto fatto di testimonianze raccolte dai pellegrini giunti da ogni dove, di ricordi personali e di “appunti di un taccuino” che raccolgono e ordinano eventi e aneddoti che hanno poco a che spartire con una vera opera storiografica[18].

I primi quattro libri delle Storie si concludono nel 575 d.C. con l’assassinio di Sigeberto I, l’ennesimo debole re, negli anni in cui Gregorio giungeva a Tours, quando ormai i gloriosi tempi di Clodoveo erano da molto svaniti e i suoi successori insanguinavano le terre divise, senza mai ottenere ordine e unità e offrendo il fianco alle invasioni di altri popoli. E davvero pare che, secondo Gregorio (che comunque esplicitamente non lo ammette), il merito di Clodoveo risiedesse soltanto nel fatto di aver sterminato tutti i parenti e gli avversari[19] pur di mantenere ordine e unità del regno, e che i successi ottenuti altro non fossero che il giusto premio ricevuto da Dio per questa condotta. Si avvicendano, nei racconti di Gregorio, re e regine sanguinari, martiri e santi, e caldi ricordi della sua giovinezza, in quei giorni peggiori di quelli delle persecuzioni di Diocleziano[20]. Suo padre Florenzio, morto troppo presto, fece in tempo a trasmettergli l’amore e il rispetto per le reliquie e per le festività religiose[21], che significavano, tutto sommato, conforto morale in un mondo di incertezze.

Alla sua morte Gregorio ereditò da lui alcuni di questi oggetti sacri, che conservò gelosamente fino alla morte, reliquie a imperituro ricordo paterno, dal punto di vista divino e letterale. La madre Armentaria (mater venerabilis), invece, ricordata più volte, rimase tutta la vita a Clermont e le rare volte in cui la incontrava erano per lui motivo di grande gioia, ciò traspare chiaramente sia nella Storia che in altri suoi scritti[22]. Nelle stesse pagine Gregorio ricordò con affetto il tutore Nicezio[23] e lo zio Gallo vescovo di Clermont (poi diventato santo), che lo visitò quando, ancora bambino, giaceva a letto malato[24]: ricordi che rari appaiono nella trama del passato che il vescovo di Tours rievoca in questi primi quattro libri. Il quinto libro, invece, non è più un’opera di storia, ma una cronaca dei tempi presenti. Gregorio dettò al suo copista non più avvenimenti passati recuperati da fonti scritte o da ricordi personali, ma i presenti avvenimenti di cui fu diretto testimone, spesso da protagonista; con la prefazione scritta al quinto libro, sembra accomiatarsi dalla storia per cominciare la cronaca: un’ultima esaltazione di Clodoveo e del suo regno servì ad esempio per l’esortazione che Gregorio fece ai nuovi regnanti, per rinverdire i fasti di quel glorioso e antico condottiero. Dopodiché i tempi presenti; nient’altro che una confusa rete di voci e di episodi slegati che non portano a nulla, ma che ci donano il Gregorio di Tours più limpido, testimone esemplare del suo tempo.

A quarant’anni Gregorio, vescovo di un’importante città, cominciava a trovarsi meno smarrito tra i pericoli e i tranelli che affioravano da ogni angolo e ad ogni strada. Aveva compreso che in tale situazione l’elemento più importante era l’informazione, la conoscenza, e per questo motivo raccoglieva notizie di ogni genere sia a corte, sia nelle vie di Tours, sia nei sinodi ecclesiastici; non tanto per arricchire la sua storia, ma semplicemente per garantire a sé la propria sopravvivenza. Che poi le informazioni ottenute fossero riversate nella seconda parte delle sue Storie, ciò era del tutto marginale. E nelle dense pagine dei successivi cinque libri, trovarono spazio tutte le informazioni, attendibili o meno, raccolte in ogni dove nei quindici anni successivi.

L’odiato re della Neustria Chilperico, capace solo di originare discordie e guerre civili, esempio di cattivo condottiero, contrastava il pupillo di Gregorio, l’unico che apparve ai suoi occhi degno delle gesta del mitico Clodoveo, il re Gontrano, colui che bussò alla basilica di San Martino per chiedere rifugio dalla furia omicida dei suoi nemici.

Proprio in quell’occasione Gregorio ebbe la possibilità di approfondire la conoscenza di Gontrano, aumentandone la fiducia in esso e l’entusiasmo sulle sue capacità, riconoscendo in lui il protetto da Dio. Discutevano animatamente nelle fredde stanze adiacenti la cattedrale, condividevano i rispettivi turbamenti. L’inconfessato senso di colpa che entrambi nutrivano per la morte dell’odiato Chilperico, ucciso a tradimento, che essi auspicarono sempre ma che mai avrebbero provocata direttamente, li portò a confessarsi vicendevolmente circa certi loro sogni e visioni sul terribile destino del vecchio re, massacrato da un sicario del vescovo di Marsiglia, Teodoro[25]. Quell’agguato è rievocato a tinte forti nelle Storie: il re della Neustria è colpito più volte dal lungo coltello dell’assalitore, un flutto di sangue sgorga dalla sua bocca mentre, tra i dolori lancinanti delle ferite, esala l’ultimo respiro; ma lo sguardo torvo di Gregorio, così colpito da quelle efferatezze, nasconde, come già sappiamo, un’intima soddisfazione: l’Erode del suo tempo, colui che, regnando, si coprì di infiniti crimini e malefatte, il Nerone redivivo che pretendeva di atteggiarsi a letterato pur non avendone le qualità, il nemico di Gontrano, era finalmente morto[26]. Una speranza s’accendeva, dunque, nel cuore di Gregorio: annientato il tiranno, sarà mai possibile riunire il popolo dei Franchi sotto un unico vessillo? Un’ombra calò subito su questo improvviso bagliore: era l’ombra di Fredegonda, moglie di Chilperico e reggente per conto del figlioletto ancora in fasce. Voci circolano sulla malvagia vedova, già responsabile dei complotti che portarono il re d’Austrasia Sigeberto, poi caduto proprio per mano dei sicari della donna, ad attaccare il fratellastro Chilperico: alla sua corte trovavano ospitalità stregoni e posseduti dal demonio, adoratori dello spirito del Pitone che sostenevano coi loro malefizi le perversioni della reggente. Gregorio raccolse tutte queste notizie, e di certo non dubitò della loro attendibilità, o perlomeno non perse occasione dal mettere in cattiva luce la sua acerrima nemica. Delle macchinazioni di Fredegonda s’accorse ben presto anche il re Gontrano, che per due volte dovette sventare l’attentato alla sua vita perpetuato da suoi sicari, di notte come in pieno giorno, davanti ai fedeli raccolti in una pubblica funzione religiosa[27].

Ben presto anche il progetto di pacificazione tra i Franchi, messo in atto da Gontrano, si rivelò un amaro fallimento: a Gregorio non rimase più nemmeno quella speranza, mentre, inesorabili e caotici, proseguivano uno dopo l’altro gli avvenimenti, dei quali ancora una volta non riuscì a decifrare il senso ultimo e un logico significato. È vero che forse, nelle ultime pagine della sua opera[28], affiora la vaga sensazione di Gregorio che il mondo si stesse avvicinando alla fine, che tutto sommato un percorso coerente sembrava ripresentarsi: si moltiplicavano, infatti, epidemie, pestilenze, carestie, inquietanti segni del cielo, stravolgimenti nel regolare ciclo della natura, eclissi di Sole annunciatrici di terribili disgrazie[29], mentre falsi profeti, inviati del demonio, s’aggiravano tra i villaggi in cerca di proseliti[30]; Gregorio citò il Vangelo: “Ci saranno carestie e terremoti ovunque[31]”. Erano davvero quelli i primi segni dell’avvento dell’Apocalisse? Anche qui Gregorio non prese posizione, preferì solo testimoniare, non azzardò ipotesi; ma se della fine del mondo imminente non aveva certezze, della sua fine sentiva l’approssimarsi. Occorreva chiudere al più presto l’opera storica che aveva composto lungo gran parte della sua esistenza. Uno sguardo ancora alle preziose reliquie che egli stesso aveva ritrovate per caso nell’antica basilica qualche anno prima, e a quelle che aveva ereditato, l’avrà forse riportato all’amata Clermont e al ricordo del padre, così devoto a quei sacri tesori.

Stanco, ormai vecchio e malato, cosciente dell’indecifrabilità del senso delle vicende umane e della volontà divina, smarrito in un’oscurità che in tutta la sua vita non accennò a schiarirsi, si accontentò di lasciare testimonianza di quell’inquietudine, di quei suoi tempi incerti e senza senso, rinunciando a qualsiasi interpretazione. No, nemmeno un epilogo avrebbe avuto una funzione, una qualche utilità, in una storia del non-senso. Meglio chiudere così, ex abrupto, proprio allora che le forze fisiche e mentali venivano meno. Il momento ormai era giunto; dettò, allora, al proprio copista, con flebile voce le ultime parole: “Ho scritto dieci libri di Storie, sette di Miracoli, un libro intorno alle Vite dei Padri…


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Note

[1] Gregorio di Tours, Historia Francorum, Prefatio, tr. it. M. Oldoni, Storia dei Franchi, Napoli, 2001, p. 7.

[2] Historia Francorum II,1, traduzione italiana dell’autore.

[3] E. BLOCH, Zueheren, Francoforte, 1965, p. 388.

[4] Ovvero coloro che aderivano al credo niceno.

[5] L’antica Clermont.

[6] Cfr. Liber vitae patrum, XIV, 3.

[7] Cfr. Historia Francorum, XIX, 39-41.

[8] Cfr. ibidem, VI, 10.

[9] Ibidem, I, 1.

[10] Cfr. Gregorio di Tours, De cursu stellarum ratio, 23.

[11] Per la verità la modestia (di maniera) degli autori medievali è proverbiale, un vero e proprio topos letterario, ma nel caso dello stile di Gregorio, è quanto mai giustificata.

[12] Historia Francorum, Prefatio.

[13] Ibidem

[14] Guenée p. 37

[15] Guenée p. 52

[16] Clichè che peraltro non mancano nei testi degli storici antichi.

[17] Cfr. G. VINAY, Alto medioevo latino, Napoli, 2003, p. 39.

[18] Cfr. M. Oldoni, Cultura dotta, orale e popolare nel medioevo.

[19] Cfr. Vinay, p. 38.

[20] Historia Francorum, IV, 47.

[21] Cfr. Gloria martyrum, 83 e Liber de virtutibus S. Iuliani, 24.

[22] Vedi ad esempio Liber in Gloria Confessorum, 3.

[23] Historia Francorum, IV, 36.

[24] Cfr. Vitae patrum, VI, 6.

[25] Cfr. Historia Francorum, VIII, 5.

[26] Cfr. ibidem, VI, 46.

[27] Cfr. ibidem, VIII, 44 e XIX, 3.

[28] Ibidem, X, 25 e X, 30.

[29] Riguardo ai segni celesti v. ibidem V, 41; VI, 21; IV, 31. Sugli stravolgimenti climatici e inconsueti fenomeni naturali v. ad esempio ibidem VI, 44; VIII, 23. Per le epidemie v. ad esempio ibidem, IX, 22.

[30] Cfr. ibidem X, 25.

[31] MATTEO, 24, 7-8.

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