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Le focacce di Rabelais

Beoni lustrissimi, Impestati pregiatissimi, è giunto il momento di armarci di spezie e farina per tentar di preparare le focacce galeotte che accesero la scintilla della guerra tra i buoni paesani di Gargantua e quelli meno buoni di Lernè.

l nostro Francesco Rabelais, maestro indiscusso dell’abbuffata, re delle botti invecchiate, ci fa partecipi delle truculente vicende della guerra tra la città di Gargantua e la citta di Lernè: son mazzate a tutta forza, pugni e schiaffi a profusione, clangor di spade e cozzar d’elmi. E tutto ciò per cosa? Per non più di quattro o cinque dozzine di focacce che i nemici di Gargantua rivendicano cocciutamente. Casus belli non dei piu ortodossi ci verrebbe da dire; pensando, però, alla strampalaggine della guerra, che toglie tempo ai bagordi, si conviene senza dubbio che di motivi buoni per ammazzarsi ce ne sono davvero pochi.

Noi che alle guerre non siamo avvezzi, preferiamo buttarci come pesci sulle calde focacce di Lernè e, mentre gli altri menan colpi da campioni mettendo in moto i gran bicipiti, attiviamo le ganasce con gran lena per assaggiare le focacce di cui sopra. Detto non sia mai che alcuno di noi si tiri indietro in materia di gozzoviglie e gran mangiate. Fedeli al motto sapore aude! noi vorrem sapere (e parimenti, vorrem sapore) di che focacce trattasi e qual sia la loro ricetta. Il buon vecchio compagno di sbronze, il divino Rabelais, ci confida gli ingredienti:

[…] focacce confezionate con bel burro,
bel tuorlo d’ovo, bel zafferano e belle spezie [1].

Per il resto tocca rimboccarci le maniche e arrangiarci. Facciamo un bel vulcano di farina e, in vece della lava, mettiamoci dentro un bel tuorlo di gallina (che a tirargli il collo c’è sempre tempo, visto che da vecchia ancora fa la sua bella figura per il brodo) e  uno gnocco di burro di montagna. Impastiamo bel belli con le spezie a volontà: zafferano, zenzero poco e con senno, cumino quel che basta e una spruzzata della noce che chiaman moscata (ma di mosche nemmeno l’ombra). Quando la pasta s’è formata, modelliamola a guisa di palla di cannone e così lasciamola riposare (ché anche il vino piu forte deve sempre un poco riposare). Quasi ci dimenticavamo: aggiungiamo un po’ di sale, per carità! Aspettiamo, con diligenza, che mezza giornata trascorra senza ansia e preoccupazioni, mentre la nostra palla di cannone (mai più pacifica di questa è stata preparata) giunge a giusta condizione. Le ore passeranno più liete se ci accompagniamo a un vino fresco di Borgogna e a fanciulle assai allegre (le gentili lettrici sostituiranno a lor piacimento con aitanti giovincelli).

Magari potremmo fare pure un passo (tenendoci sempre a distanza ragionevole) nei pressi del campo di battaglia, dove fieri cavalieri si procuran i segni della gloria con bastonate senza pari. Salutiamo con rispetto quella gente valorosa, poi torniamo, ormai pronti e affamati, a preparar sottili sfoglie dall’impasto originale. Nel forno rovente poi le mettiamo per il tempo necessario a farle indorare.

Ora viene il meglio della ricetta: l’abbuffata, il trangugio, l’ingozzo ad libitum. E che la peste bubbonica colga chi rifiuti di mangiare fino a scoppiare! Che gli cadan immantinente gli ammenicoli del basso ventre (per le gentil signore si opti invece per la parte superiore)! Mentre poi, tra un rutto e l’altro, vediam passare, su barelle improvvisate, i cadaveri ancora caldi di quei gloriosi guerrieri, avvolti in candide garze e non sempre tutti interi, volgiamo commossi il nostro pensiero alle povere vedove che dovremo consolare. Viva Bacco, viva Venere, urrà per le focacce! Abbasso le guerre sanguinarie che non son buone da mangiare né da bere!


1. Francois Rabelais, La vita orrificissima del grande Gargantua, padre di Pantagruele (libro pieno di pantagruelismo), Parigi, 1534, cap. XXXII.

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