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Sacrobosco e la cultura astronomica del XIII secolo

L’abstract del mio intervento al convegno ALSSA di quest’anno.

e nuove prospettive, possibili a partire dal XII secolo grazie alle traduzioni dal greco e dall’arabo e alla genesi diffusa delle universitates, dischiusero gli orizzonti dimenticati delle scienze antiche e dei saperi tradizionali provenienti dall’Oriente (i cui contatti diretti, è noto, s’intensificarono notevolmente ai tempi delle prime Crociate). Essi consentirono alla cultura occidentale (non solo scientifica) d’impostare gli imprescindibili fondamenti di quella radicale trasformazione di paradigmi, quel totale rovesciamento di visuale, che spaccherà in due il mondo medievale e quello moderno e che si compirà nel secolo successivo, quel Duecento davanti al quale lo studioso di oggi può specchiarsi intravedendo i tratti di una fisionomia che in buona parte riconosce come propri. Dopo gli sforzi pioneristici sopportati da Gherardo da Cremona, da Giovanni di Siviglia, da Adelardo di Bath e dalla Scuola di Chartres (senza dimenticare, poco più indietro, la grande Schola Medica Salernitana) e da molti altri interpreti di un rinnovato gusto del conoscere basato sull’esperienza sensibile e sulla lettura naturalistica del mondo circostante, le nuove generazioni di studiosi poterono inaugurare una stagione di elaborazioni originali e d’indagini sul campo, indipendenti dai risvolti religiosi e metafisici e nelle quali il ruolo della matematica diveniva sostanziale. Nel contempo, peralro, si allontanava sempre più sullo sfondo quella stantia ricapitolazione infusa di dogmi dottrinali, di presunti insegnamenti morali provenienti dal mondo naturale e di valenze simboliche, tutte e sempre ricondotte nell’alveo dell’unica religione, ma che non sempre si rivelavano utili al traguardo finale della verità. Basti a tal proposito ricordare che in quel fermento culturale ormai inarrestabile, visse e studiò un gigante che rispondeva al nome di Ruggero Bacone; quel nome non evoca soltanto uno dei vertici intellettuali della nostra civiltà, ma anche le enormi, a volte insormontabili, difficoltà che incontrano (e incontreranno) tutti gli uomini che vogliano dedicare la propria esistenza alla Ricerca, nell’indipendenza di giudizio e col coraggio di chi prova a non arrestarsi davanti all’opinione prevalente, spesso imposta con la forza. E il XIII secolo, naturalmente, fu anche tempo di censure e proibizioni, le quali furono sì immediatamente utili allo scopo ma che, come sempre, risultarono del tutto impotenti davanti al fiume carsico delle idee, quando queste si dimostravano dalla parte della ragione.

Una rinascita culturale di questa portata si poteva sostenere solo grazie a una didattica in grado d’introdurre con doverosa chiarezza e semplicità tutte le nuove conoscenze raggiunte: a questo cómpito si dedicarono numerosi – e per la maggior parte anonimi – maestri della Facoltà delle arti, la scuola che all’epoca era propedeutica alle università. Circolarono ben presto i testi di studio di alcuni di quei maestri, opere nate e concepite per meri scopi d’insegnamento, poi glossate o commentate da altri colleghi fino a realizzare una vera e propria collazione che costituiva la summa necessaria a sostenere gli esami finali: per l’astronomia s’implementò un Corpus astronomicum nel quale un ruolo fondamentale rivestivano le quattro opere di Giovanni Sacrobosco (1195-1256), che pur avendo un approccio elementare (quasi “narrativo”) riportavano – insieme ad altri testi coevi – concetti e idee di assoluto portato innovativo, come la struttura matematica della realtà, il cosmo come enorme ingranaggio, il modello predittivo basato sull’ipotesi tolemaica, le imperfezioni del calendario e le operazioni di calcolo eseguibili con i numeri indiani (mediati dagli Arabi). Tutto ciò viene sistematicamente ignorato dai nostri manuali di storia della scienza e dell’astronomia che relegano Sacrobosco al ruolo di un “modesto autore” di brevi manuali, il cui successo (peraltro straordinario) deriverebbe soltanto dal loro carattere superficiale e quindi di facile memorizzazione; ma essi dimenticano con troppa sufficienza lo scopo didattico di quei lavori e si limitano a darne una stima valoriale meramente intrinseca: un po’ come valutare negativamente, oggi, un autore di un sussidiario scolastico per aver accennato alla relatività einsteiniana senza entrare nel dettaglio della sua formulazione fisico-matematica. Ma essere semplici, spiegarsi in modo limpido e divertente, è un grave difetto o un ammirevole pregio? L’insegnamento di poche ma chiare nozioni, deve necessariamente denotare un povero e limitato bagaglio di conoscenze del maestro o, al contrario, può dimostrare la sua perizia nel discernere ciò che è utile condividere con gli allievi e ciò che è meglio rimandare a uno studio più maturo e consapevole?

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