A cena dall’alchimista

Dove si dimostra che alchimia e gastronomia sono facce di una stessa medaglia o, per meglio dire, di uno stesso medaglione.

ra alambicchi e spiriti attivi, alcahest e pietre filosofali, illuminazioni e trasmutazioni, l’alchimista ha poco tempo da dedicare a futili incombenze, impegnato com’è a estrarre l’oro dal metallo volgare e a provare l’ennesimo elisir per una “vita longa”. A questa regola generale pare opporsi, però,  un’eccezione di una certa importanza: sarà la contiguità di certe operazioni, sarà il linguaggio sorprendentemente comune alle due attività, sarà anche che a forza di prolungati esperimenti ed estenuanti veglie alla ricerca della giusta congiunzione astrale, un certo languorino prima o poi insorge, sta di fatto che i discepoli di Ermete spesso si sono dedicati all’arte culinaria, il cui successo di risultati è tutto da dimostrare (come quello dei loro esperimenti, direbbero i più maligni). D’altronde, chi ha dimestichezza con le metafore tra micro e macrocosmo, chi abbraccia il mondo tutto con rinascimentale entusiasmo, certo non si fermerà davanti alle ardite analogie tra alchimia e gastronomia: intrugli come abbinamenti, fuochi purificatori come i fuochi dei fornelli, misture e amalgame come impasti, formulari segreti tramandati dalla Tradizione come i consigli sui condimenti sussurrati dalla nonna (che della Tradizione in fondo è la fonte suprema). Sapevamo del cuoco eretico e dello scienziato alchimista, finora poco ci è giunto sull’alchimista cuoco (o sul cuoco alchimista, hai visto mai), ed è non solo un peccato ma, a ben guardare, un gran mistero che non se ne faccia quasi mai parola. Basti pensare che si deve a Maria l’Ebrea, alchimista celeberrima, l’altrettanto famoso procedimento a bagnomaria. Attenzione, però, a tener presente che prima regola del buon discepolo d’Ermete è, per l’appunto, l’ermetismo. Guai, quindi, a divulgar le ricette ai non eletti, ai profani che nulla conoscono della Scienza di Paracelso. Basta aprire un bel tomo sull’argomento per accorgersene: tra codici cifrati e metafore sibilline, infatti, chi ci capisce è bravo; ci vuole la Chiave. A forza di leggere i trattati di Flamel, gli studi di Fabre, gli esperimenti di Agrippa, le speculazioni di Paracelso e le memorie di Cagliostro, l’autore s’è illuso di averla trovata. Non convinto, però, che la famigerata trasmutazione dell’oro sia a portata di mano, ha optato per una ricerca a lui più congeniale: la cibaria. Ecco allora un sunto dei risultati raggiunti, un menù per i palati più fini che giunge direttamente dalle pagine ingiallite e odorose di zolfo dei più grandi esponenti dell’arte chemica. All’autore non resta che augurare buon appetito e aggiungere una piccola avvertenza: attenzione a non invocare spiriti maligni, visioni diaboliche, abissi di tenebra; nel caso malaugurato che tali spiacevoli inconvenienti dovessero capitare, non arrischiatevi a lesinare, per carità, il consumo dei provvidenziali digestivi. O si doveva dire “antidoti”?

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Henri Pirenne, la storia come sintesi: La storia d’Europa (1916-18)

uando Jacques Pirenne aprì la porta del severo studio di lavoro dove, sin da bambino, aveva visto il padre chino senza sosta su libri e documenti, intento per ore a scrivere e prendere appunti, fu di colpo pervaso da un intenso odore di carta e inchiostro che lo trascinò in un immediato vortice di ricordi, alcuni sbiaditi dagli anni, altri vivi come se il tempo si fosse fermato, immobile come l’antica pendola che il padre caricava ogni giorno, alle dieci e trenta precise, e che da qualche giorno non muoveva più le sue lancette. Henri Pirenne, il celebre storico autore della Storia del Belgio, si era infatti spento da pochi giorni: era l’inizio di novembre del 1935. In quei giorni, ad Uccle, si respirava un’atmosfera cupa e opprimente, segnale inquietante di un’imminente tragedia che, proveniente dall’irrequieta Germania, investiva il piccolo stato belga e l’Europa intera. Già si era avvertita nel 1914, quando i Prussiani ignorarono la neutralità dei belgi e ne invasero il territorio per poter poi accedere all’obiettivo finale: la Francia. Ma essere belga nel Novecento significava vivere tra due fuochi, la Francia e la Germania, in un paese orgoglioso della propria neutralità ma incapace di mantenerla a causa dei continui attacchi ai confini. Le due potenze, i due fuochi, rappresentavano per un giovane storico, non solo due forze politiche e militari contrapposte, e, ovviamente, due modi di vivere e di pensare completamente differenti, ma anche due scuole di storiografia antitetiche e in concorrenza. Henri Pirenne le aveva frequentate entrambe negli anni ottanta del XIX secolo, grazie alle borse di studio vinte quando era studente. Tra la storia nazionalista tedesca che tanto séguito avrebbe avuto proprio negli anni del potere hitleriano e che pretendeva di parlare di un’Europa germanica dopo la vittoria del 1870, e la scuola classica di de Coulanges, egli scelse decisamente la seconda. Fin da bambino abituato alla tolleranza e all’apertura alle diverse culture e opinioni, aveva sempre avversato l’ideologia della supremazia tedesca e, nello specifico della sua materia, si poneva in maniera estremamente critica nei confronti della scuola storiografica teutonica il cui principio fondante era quello razziale. Jacques ripensava a quando il padre, ricevuta la notizia della promulgazione delle leggi di Norimberga che sancivano ufficialmente l’esclusione della comunità ebraica dalla vita civile, fu profondamente scosso e, impotente, assistette amareggiato all’ascesa politica di Adolf Hitler, ormai all’apice della popolarità, in Germania come nel resto del mondo. La morte gli impedì di vedere coi propri occhi come la sua avversione, coltivata non solo attraverso i libri ma anche da una drammatica esperienza personale, fosse giustificata. Henri Pirenne, fu internato in un campo di concentramento tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

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Sacrobosco e la cultura astronomica del XIII secolo

L’abstract del mio intervento al convegno ALSSA di quest’anno.

e nuove prospettive, possibili a partire dal XII secolo grazie alle traduzioni dal greco e dall’arabo e alla genesi diffusa delle universitates, dischiusero gli orizzonti dimenticati delle scienze antiche e dei saperi tradizionali provenienti dall’Oriente (i cui contatti diretti, è noto, s’intensificarono notevolmente ai tempi delle prime Crociate). Essi consentirono alla cultura occidentale (non solo scientifica) d’impostare gli imprescindibili fondamenti di quella radicale trasformazione di paradigmi, quel totale rovesciamento di visuale, che spaccherà in due il mondo medievale e quello moderno e che si compirà nel secolo successivo, quel Duecento davanti al quale lo studioso di oggi può specchiarsi intravedendo i tratti di una fisionomia che in buona parte riconosce come propri. Dopo gli sforzi pioneristici sopportati da Gherardo da Cremona, da Giovanni di Siviglia, da Adelardo di Bath e dalla Scuola di Chartres (senza dimenticare, poco più indietro, la grande Schola Medica Salernitana) e da molti altri interpreti di un rinnovato gusto del conoscere basato sull’esperienza sensibile e sulla lettura naturalistica del mondo circostante, le nuove generazioni di studiosi poterono inaugurare una stagione di elaborazioni originali e d’indagini sul campo, indipendenti dai risvolti religiosi e metafisici e nelle quali il ruolo della matematica diveniva sostanziale. Nel contempo, peralro, si allontanava sempre più sullo sfondo quella stantia ricapitolazione infusa di dogmi dottrinali, di presunti insegnamenti morali provenienti dal mondo naturale e di valenze simboliche, tutte e sempre ricondotte nell’alveo dell’unica religione, ma che non sempre si rivelavano utili al traguardo finale della verità. Basti a tal proposito ricordare che in quel fermento culturale ormai inarrestabile, visse e studiò un gigante che rispondeva al nome di Ruggero Bacone; quel nome non evoca soltanto uno dei vertici intellettuali della nostra civiltà, ma anche le enormi, a volte insormontabili, difficoltà che incontrano (e incontreranno) tutti gli uomini che vogliano dedicare la propria esistenza alla Ricerca, nell’indipendenza di giudizio e col coraggio di chi prova a non arrestarsi davanti all’opinione prevalente, spesso imposta con la forza. E il XIII secolo, naturalmente, fu anche tempo di censure e proibizioni, le quali furono sì immediatamente utili allo scopo ma che, come sempre, risultarono del tutto impotenti davanti al fiume carsico delle idee, quando queste si dimostravano dalla parte della ragione.

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La vendetta (gastronomica) di Porthos

orthos è un personaggio che non si dimentica facilmente. Non è astuto e intraprendente come D’Artagnan, non è nobile e tormentato come Athos, né intelligente e raffinato come Aramis; ma è sincero e spontaneo e suscita immediatamente una irresistibile simpatia. Porthos è un vero e proprio colosso, oltre che un buongustaio impenitente; un abbuffone, insomma. Nella trilogia dei moschettieri di Dumas, Porthos avrà occasione, come peraltro anche i suoi tre compagni, di mangiare e bere a volontà. Di tutte queste mangiate e bevute, due si ricordano con particolare divertimento: il pranzo dai Coquenard (Les trois mousquetaires, cap. XXXII) e la cena a Fontainebleau di d’Artagnan e Porthos con Luigi XIV in persona (Le Vicomte de Bragelonne, cap. CLIII). Ne “I tre moschettieri” il nostro Porthos è costretto, per ottenere un finanziamento col quale comperare il proprio equipaggiamento militare per partecipare al grande scontro di La Rochelle, a chiedere aiuto al marito della sua amante. A questo fine si presenta a casa dei coniugi Coquenard, spacciandosi per un lontano cugino della signora. Viene invitato a pranzo, ma la tirchieria famigerata del signor Coquenard impedirà a Porthos di gustare un granché:

[…] – Oh, oh, – disse, – ecco una minestra che invita.- Che diavolo possono sentire di straordinario in questa minestra? – disse Porthos alla vista di un brodo abbondante, ma pallido e del tutto cieco, e sul quale nuotavano rare alcune croste come le isole in un arcipelago. La signora Coquenard sorrise, e a un suo segno tutti si sedettero in fretta. Padron Coquenard fu il primo a esser servito, poi Porthos: in seguito la signora Coquenard riempi il suo piatto e distribui le croste senza brodo agli scrivani impazienti. […] Dopo la minestra, la domestica porto un pollo lesso, magnificenza per cui le palpebre dei convitati si dilatarono tanto da sembrare prossime a fendersi. […] Il povero pollo era magro, e lo rivestiva una di quelle pelli grosse e irte di penne, che le ossa non riescono a forare nonostante i loro sforzi; certo, era stato cercato a lungo prima che lo scovassero sul bastone da pollaio sul quale si era ritirato a morir di vecchiaia. – Diavolo! – penso Porthos; – ecco una cosa molto triste: io rispetto la vecchiaia, ma non l’apprezzo molto lessata o arrostita -. E si guardò attorno per vedere se la sua opinione era condivisa: ma, tutt’al contrario di lui, non vide che occhi fiammeggianti, i quali divoravano in anticipo quel sublime pollo, oggetto del suo disprezzo. La signora Coquenard trasse il piatto a sé, stacco con destrezza le due grandi zampe che pose nel tondo di suo marito; taglio il collo che mise in disparte per sé con la testa; levo l’ala per Porthos, e riconsegnò l’animale alla domestica che l’aveva portato […] Invece del pollo, fece il suo ingresso un piatto di fave. Un piatto enorme nel quale alcuni ossi di montone, che di primo acchito si sarebbero potuti credere rivestiti di carne, facevano finta di mostrarsi.

Il povero Porthos, futuro barone di Vallon, avrà modo, nel corso della sua avventurosa esistenza, di rifarsi, con gli interessi, con infiniti banchetti luculliani. Uno di questi, che senza timor di smentita possiamo definire “regale”, si svolge addirittura alla tavola del Re Sole ed e descritto nelle pagine de Il Visconte di Bragelonne. Dopo un momento iniziale d’imbarazzo e nel timore di non riuscire a mantenere, al cospetto del sovrano di Francia, un contegno da vero signore, il nostro corpulento moschettiere fa onore alle succulente portate di quella cena memorabile e, ne possiamo esser certi, riesce persino a dimenticare, una volta per tutte, la striminzita ala di pollo dei Coquenard. A mandare in visibilio il buon Porthos sono soprattutto alcuni filetti d’agnello: Continua a leggere

Praxis, 1693

estituire il pensiero del Newton più genuino – nella complessità inevitabile di un percorso durato più di sessant’anni e quindi assai articolato e ricco di trasformazioni e incoerenze – in una sintesi che sia fedele ricostruzione nonostante la semplificazione dei contenuti, è impresa ardua che si può tentare, come ho fatto, ma senza l’ambizione di riuscirci appieno. Il vero Newton continua a spaventare: il suo approccio eminentemente scientifico anche nelle discipline esoteriche ha sempre destato più scetticismo che ammirazione. E’, quindi, nello scontentare sia la nutrita platea degli storici della scienza di orientamento positivista (quasi tutti poco ‘storici’ e molto ‘scienziati’), sia l’eterogenea schiera degli esoteristi (sempre troppo poco inclini all’approccio storico e a favore invece di quello simbolico-filosofico), che inevitabilmente s’indirizza il destino di un accurato lavoro storiografico su uno o più aspetti del pensiero newtoniano.

La stessa tesi che presento nel mio intervento dal titolo Praxis, 1693. L’addio di Newton all’alchimia, sposa questa terza via, estranea quindi sia al positivismo sia all’esoterismo estremi, e si presenta dopotutto come assolutamente inedita, seppur, nelle mie convinzioni, totalmente supportata dai fatti storici. Nell’intervento, infatti, propongo che l’interruzione dell’attività di alchimista pratico di Newton, datata 1696, sia stata conseguenza di una scelta d’amore e rispetto per la medesima attività, dettata dalla constatazione di una propria salute ormai seriamente compromessa. Ed è da testi come il Praxis (manoscritto teorico-pratico, summa dei decenni di riflessioni e sperimentazioni, presentati come veri traguardi della conoscenza) e altri risalenti allo stesso periodo, che è facile comprendere come non possano reggere le tesi che vedono in Newton un ricercatore deluso dagli esiti dei suoi studi ermetici e alchemici. Ecco un estratto dal mio testo: Continua a leggere

Come si legge un testo antico d’alchimia e d’astrologia medica

l_3_smAispes, è noto, a un cantus firmus univoco e frontale ha sempre preferito la polifonia delle opinioni ovunque provengano, pronta com’è alle dissonanze ma attenta nel contempo alle possibili stonature, nell’intento instancabile di valorizzare le prime e stigmatizzare, con marziale sollecitudine, le seconde. In sede filosofica e storica, la necessità dialettica costituisce, per la sua stessa natura di confronto, il ruolo fondante della conoscenza: rinunciarvi, quindi, significa rinunciare a sapere (cioè a conoscere, ma anche a non essere insipido o poco appetibile all’intelletto). Con questo spirito fecondamente plurale si svolgono annualmente i convegni presso l’Università di Genova, di frequente dedicati all’esoterismo (quello vero, non ci si stanca mai di precisarlo, che si colloca mille anni luce dalle pratiche sataniste o dai ciarlatani dall’oroscopo facile) o più in generale alla storia della cultura, nelle sue riflessioni e analisi delle ‘scienze sconfitte’.

Nella primavera del 2016, il consueto convegno ha riunito docenti e studiosi per dibattere su due discipline tradizionali che nel tempo hanno sùbito peculiari metamorfosi ma che hanno condiviso un destino significativamente comune. Da una parte, l’astrologia: l’unica disciplina pre-moderna a studiare i movimenti e i fenomeni degli astri che al tempo della nuova scienza proseguirà il suo cammino separandosi dalla cosiddetta astronomia (ormai votata alla rivoluzione filosofica e alle rivoluzioni planetarie), imboccando la strada, impervia, della simbolica e della giudiziaria. Nell’àmbito di questi aspetti, i partecipanti si sono soffermati su quell’applicazione della disciplina che più di ogni altra lega i due cosmi dell’uomo e dello spazio siderale, qui mai contrapposti bensì fittamente dialoganti: l’astrologia medica, rintracciata nel dettato tradizionale tolemaico (Lucia Bellizia), come nella sorprendente letteratura medievale degli erbari (Maura Sonia Barillari) o nel milieu teorico-pratico della medicina a sfondo astrologico al tempo di Cecco d’Ascoli (Ida Li Vigni), un tempo in cui gli astrologi possedevano un’esperienza osservativa e un fondamento teorico di grande spessore, del tutto assente, purtroppo, nella gran parte della schiera dei contemporanei “astrologi”, amici più dei rotocalchi mainstream che della trattatistica tradizionale. Continua a leggere

Le focacce di Rabelais

Beoni lustrissimi, Impestati pregiatissimi, è giunto il momento di armarci di spezie e farina per tentar di preparare le focacce galeotte che accesero la scintilla della guerra tra i buoni paesani di Gargantua e quelli meno buoni di Lernè.

l nostro Francesco Rabelais, maestro indiscusso dell’abbuffata, re delle botti invecchiate, ci fa partecipi delle truculente vicende della guerra tra la città di Gargantua e la citta di Lernè: son mazzate a tutta forza, pugni e schiaffi a profusione, clangor di spade e cozzar d’elmi. E tutto ciò per cosa? Per non più di quattro o cinque dozzine di focacce che i nemici di Gargantua rivendicano cocciutamente. Casus belli non dei piu ortodossi ci verrebbe da dire; pensando, però, alla strampalaggine della guerra, che toglie tempo ai bagordi, si conviene senza dubbio che di motivi buoni per ammazzarsi ce ne sono davvero pochi.

Noi che alle guerre non siamo avvezzi, preferiamo buttarci come pesci sulle calde focacce di Lernè e, mentre gli altri menan colpi da campioni mettendo in moto i gran bicipiti, attiviamo le ganasce con gran lena per assaggiare le focacce di cui sopra. Detto non sia mai che alcuno di noi si tiri indietro in materia di gozzoviglie e gran mangiate. Fedeli al motto sapore aude! noi vorrem sapere (e parimenti, vorrem sapore) di che focacce trattasi e qual sia la loro ricetta. Il buon vecchio compagno di sbronze, il divino Rabelais, ci confida gli ingredienti:

[…] focacce confezionate con bel burro,
bel tuorlo d’ovo, bel zafferano e belle spezie [1].

Per il resto tocca rimboccarci le maniche e arrangiarci. Facciamo un bel vulcano di farina e, in vece della lava, mettiamoci dentro un bel tuorlo di gallina (che a tirargli il collo c’è sempre tempo, visto che da vecchia ancora fa la sua bella figura per il brodo) e  uno gnocco di burro di montagna. Impastiamo bel belli con le spezie a volontà: zafferano, zenzero poco e con senno, cumino quel che basta e una spruzzata della noce che chiaman moscata (ma di mosche nemmeno l’ombra). Quando la pasta s’è formata, modelliamola a guisa di palla di cannone e così lasciamola riposare (ché anche il vino piu forte deve sempre un poco riposare). Quasi ci dimenticavamo: aggiungiamo un po’ di sale, per carità! Aspettiamo, con diligenza, che mezza giornata trascorra senza ansia e preoccupazioni, mentre la nostra palla di cannone (mai più pacifica di questa è stata preparata) giunge a giusta condizione. Le ore passeranno più liete se ci accompagniamo a un vino fresco di Borgogna e a fanciulle assai allegre (le gentili lettrici sostituiranno a lor piacimento con aitanti giovincelli).

Magari potremmo fare pure un passo (tenendoci sempre a distanza ragionevole) nei pressi del campo di battaglia, dove fieri cavalieri si procuran i segni della gloria con bastonate senza pari. Salutiamo con rispetto quella gente valorosa, poi torniamo, ormai pronti e affamati, a preparar sottili sfoglie dall’impasto originale. Nel forno rovente poi le mettiamo per il tempo necessario a farle indorare. Continua a leggere