Henri Pirenne, la storia come sintesi: La storia d’Europa (1916-18)

uando Jacques Pirenne aprì la porta del severo studio di lavoro dove, sin da bambino, aveva visto il padre chino senza sosta su libri e documenti, intento per ore a scrivere e prendere appunti, fu di colpo pervaso da un intenso odore di carta e inchiostro che lo trascinò in un immediato vortice di ricordi, alcuni sbiaditi dagli anni, altri vivi come se il tempo si fosse fermato, immobile come l’antica pendola che il padre caricava ogni giorno, alle dieci e trenta precise, e che da qualche giorno non muoveva più le sue lancette. Henri Pirenne, il celebre storico autore della Storia del Belgio, si era infatti spento da pochi giorni: era l’inizio di novembre del 1935. In quei giorni, ad Uccle, si respirava un’atmosfera cupa e opprimente, segnale inquietante di un’imminente tragedia che, proveniente dall’irrequieta Germania, investiva il piccolo stato belga e l’Europa intera. Già si era avvertita nel 1914, quando i Prussiani ignorarono la neutralità dei belgi e ne invasero il territorio per poter poi accedere all’obiettivo finale: la Francia. Ma essere belga nel Novecento significava vivere tra due fuochi, la Francia e la Germania, in un paese orgoglioso della propria neutralità ma incapace di mantenerla a causa dei continui attacchi ai confini. Le due potenze, i due fuochi, rappresentavano per un giovane storico, non solo due forze politiche e militari contrapposte, e, ovviamente, due modi di vivere e di pensare completamente differenti, ma anche due scuole di storiografia antitetiche e in concorrenza. Henri Pirenne le aveva frequentate entrambe negli anni ottanta del XIX secolo, grazie alle borse di studio vinte quando era studente. Tra la storia nazionalista tedesca che tanto séguito avrebbe avuto proprio negli anni del potere hitleriano e che pretendeva di parlare di un’Europa germanica dopo la vittoria del 1870, e la scuola classica di de Coulanges, egli scelse decisamente la seconda. Fin da bambino abituato alla tolleranza e all’apertura alle diverse culture e opinioni, aveva sempre avversato l’ideologia della supremazia tedesca e, nello specifico della sua materia, si poneva in maniera estremamente critica nei confronti della scuola storiografica teutonica il cui principio fondante era quello razziale. Jacques ripensava a quando il padre, ricevuta la notizia della promulgazione delle leggi di Norimberga che sancivano ufficialmente l’esclusione della comunità ebraica dalla vita civile, fu profondamente scosso e, impotente, assistette amareggiato all’ascesa politica di Adolf Hitler, ormai all’apice della popolarità, in Germania come nel resto del mondo. La morte gli impedì di vedere coi propri occhi come la sua avversione, coltivata non solo attraverso i libri ma anche da una drammatica esperienza personale, fosse giustificata. Henri Pirenne, fu internato in un campo di concentramento tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

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Gregorio di Tours. La storia di un popolo

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n_5_smella tenebra dell’istante vissuto[3]. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli eventi che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale talvolta emergevano brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei e innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente alle stragi di popoli alle quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà a individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, d’indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. Perché allora il destino dei giusti, cioè dei cattolici romani ortodossi[4], seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava il castigo divino? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui possedeva delle risposte.

No, non fu certo Dio a essere assente, a impedire a Gregorio di potersi saldamente appoggiare alla fede e di seguire la sua luce come traccia sicura; ciò non era concepibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, l’imperscrutabile disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. S’arrese quando le forze gli mancarono e il suo lavoro, che non era approdato a un senso concreto, divenne troppo gravoso: chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo terreno, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? I pochi indizi utili a una parziale risposta si possono rintracciare nelle brevi notizie autobiografiche che emergono scarne tra le pagine delle opere storiche e religiose che ha lasciato ai posteri.

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