Come si legge un testo antico d’alchimia e d’astrologia medica

l_3_smAispes, è noto, a un cantus firmus univoco e frontale ha sempre preferito la polifonia delle opinioni ovunque provengano, pronta com’è alle dissonanze ma attenta nel contempo alle possibili stonature, nell’intento instancabile di valorizzare le prime e stigmatizzare, con marziale sollecitudine, le seconde. In sede filosofica e storica, la necessità dialettica costituisce, per la sua stessa natura di confronto, il ruolo fondante della conoscenza: rinunciarvi, quindi, significa rinunciare a sapere (cioè a conoscere, ma anche a non essere insipido o poco appetibile all’intelletto). Con questo spirito fecondamente plurale si svolgono annualmente i convegni presso l’Università di Genova, di frequente dedicati all’esoterismo (quello vero, non ci si stanca mai di precisarlo, che si colloca mille anni luce dalle pratiche sataniste o dai ciarlatani dall’oroscopo facile) o più in generale alla storia della cultura, nelle sue riflessioni e analisi delle ‘scienze sconfitte’.

Nella primavera del 2016, il consueto convegno ha riunito docenti e studiosi per dibattere su due discipline tradizionali che nel tempo hanno sùbito peculiari metamorfosi ma che hanno condiviso un destino significativamente comune. Da una parte, l’astrologia: l’unica disciplina pre-moderna a studiare i movimenti e i fenomeni degli astri che al tempo della nuova scienza proseguirà il suo cammino separandosi dalla cosiddetta astronomia (ormai votata alla rivoluzione filosofica e alle rivoluzioni planetarie), imboccando la strada, impervia, della simbolica e della giudiziaria. Nell’àmbito di questi aspetti, i partecipanti si sono soffermati su quell’applicazione della disciplina che più di ogni altra lega i due cosmi dell’uomo e dello spazio siderale, qui mai contrapposti bensì fittamente dialoganti: l’astrologia medica, rintracciata nel dettato tradizionale tolemaico (Lucia Bellizia), come nella sorprendente letteratura medievale degli erbari (Maura Sonia Barillari) o nel milieu teorico-pratico della medicina a sfondo astrologico al tempo di Cecco d’Ascoli (Ida Li Vigni), un tempo in cui gli astrologi possedevano un’esperienza osservativa e un fondamento teorico di grande spessore, del tutto assente, purtroppo, nella gran parte della schiera dei contemporanei “astrologi”, amici più dei rotocalchi mainstream che della trattatistica tradizionale. Continua a leggere

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Un precursore dell’archeoastronomia: William Stukeley a Stonehenge

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In attesa dell’appuntamento dell’1 aprile prossimo, ecco l’abstract del mio intervento sul grande antiquario William Stukeley. Se volete, vi aspetto a Sestri Ponente presso la sede dell’ALSSA.

i parlerò di un errore; anzi, di una serie di errori. A pensarci bene, chi si occupa assennatamente di storia del sapere, non nasconderà mai la vera natura del suo progresso, un percorso di tentativi sbagliati e di relative correzioni (esse stesse altrettanto sbagliate) che molti credono si diriga sempre in avanti, ma che al contrario talvolta indietreggia, gira su se stesso, balza improvvisamente o precipita inaspettatamente. E raccontarsi gli sbagli, rendersene conto, non averne paura, rispettarli, significa in fondo comprendere, che ha il suo etimo nel capire senza escludere. Non è quindi vano il ricordo di questi errori, di frequente dimenticati nelle pagine, spesso irriconoscenti, delle monografie scientifiche.

È per questo motivo che risulta assai fruttuoso l’approfondimento dell’opera e della figura, sorprendentemente eclettica, di William Stukeley (1687-1765), maturo esponente di un’anglofona tradizione antiquaria (allora ormai secolare) e nel contempo interprete della nuova scienza scaturita dalle pagine delle Philosophical Transactions, megafono a stampa della newtoniana Royal Society. Naturalista e medico pubblicista, erudito di fama, primo segretario della Society of Antiquaries (la prestigiosa associazione di Burlington House tuttora in attività), fu confidente e biografo di Isaac Newton, stretto collaboratore di Edmond Halley, membro della massoneria speculativa della Gran Loggia d’Inghilterra, appassionato di architettura, esponente di spicco (se non principale ispiratore) dell’ondata del nuovo druidismo, in auge nelle isole britanniche di metà Settecento. Ma più di tutto, il suo nome permarrà indelebilmente legato alle rovine degli antichissimi templi sparsi nelle campagne inglesi, in particolare di quelli eretti ad Avebury e a Stonehenge. Continua a leggere