Gregorio di Tours. La storia di un popolo

gregorio

n_5_smella tenebra dell’istante vissuto[3]. Gregorio, vescovo di Tours alla fine di un travagliato VI secolo, scrutava, dal crocevia di genti che era la sua chiesa, gli eventi che sfilavano confusi nell’oscurità dei suoi tempi, dalla quale talvolta emergevano brevi lampi di luce, scintille di quelle spade fumanti di sangue che criniti e barbari re brandivano e calavano su rei e innocenti, indistintamente; ed egli, alla perenne ricerca della Luce divina tra i pochi bagliori, assisteva impotente alle stragi di popoli alle quali egli giammai riuscì ad attribuire un senso o una spiegazione. Smarrimento, innanzitutto; difficoltà a individuare appigli a cui affidare speranza e serenità; diffidenza verso gli altri suoi simili, tutti potenziali traditori; terrore che il prossimo a bussare alla porta della chiesa fosse il proprio assassino. Di certo, d’indiscutibile, soltanto la presenza di Dio, uno e trino, creatore del mondo, la cui potenza immanente doveva permeare tutte le cose. Doveva, per forza. Perché allora il destino dei giusti, cioè dei cattolici romani ortodossi[4], seguiva una strada incerta, subiva brusche interruzioni? Perché i re, nel segno del vero Dio, fallivano affogati nel sangue? Dove lo sbaglio che meritava il castigo divino? Gregorio, nelle sue Storie dei Franchi, non l’ha spiegato, perché nemmeno lui possedeva delle risposte.

No, non fu certo Dio a essere assente, a impedire a Gregorio di potersi saldamente appoggiare alla fede e di seguire la sua luce come traccia sicura; ciò non era concepibile. Non gli restò altro che rendersi conto, amaramente, della propria incapacità di leggere la volontà divina, l’imperscrutabile disegno superiore. Gregorio s’arrese: dopo dieci libri intessuti di violenze, soprusi e ingiustizie, gettò la spugna davanti all’insensatezza del dipanarsi degli avvenimenti, all’assenza di un filo, seppur sottile, che legasse logicamente i fatti di cui era testimone. S’arrese quando le forze gli mancarono e il suo lavoro, che non era approdato a un senso concreto, divenne troppo gravoso: chiuse la sua opera storica lasciando una sequenza di fatti come sospesa nel nulla. Appose in calce un riepilogo di quello che egli, agiografo e storico, produsse nella propria esistenza, a futura memoria, affinché qualcosa potesse restare del suo passaggio nel mondo terreno, quasi presentisse il sopraggiungere della morte che, infatti, si presentò solo pochi mesi dopo. Ma quale, allora, il messaggio che Gregorio lanciò alla posterità? Quale la lezione che si può trarre dalla sua tormentata esistenza? I pochi indizi utili a una parziale risposta si possono rintracciare nelle brevi notizie autobiografiche che emergono scarne tra le pagine delle opere storiche e religiose che ha lasciato ai posteri.

Continua a leggere